09 febbraio 2018

Lo scontro nel bagno tra Billy Idol e i Cure

Una curiosità poco nota riguarda l'incontro/scontro tra Laurence "Lol" Tolhurst dei Cure e Billy Idol dei Generation X, avvenuto nientemeno che in un bagno della sala da ballo "Bristol Locarno" di Bristol, nella quale entrambe le band si erano esibite il 3 ottobre 1978 (altre fonti riportano 3 dicembre).

Lol Tolhurst all'epoca era il batterista dei quasi esordienti Cure, la cui storia inizia nel 1973 con la prima band in cui compare Robert Smith, con diversa formazione e altri nomi, fino ad approdare al definitivo "The Cure" all'inzio del 1978. Il loro primo singolo "Killing an Arab" è del dicembre di quell'anno, mentre l'album di esordio "Three Imaginary Boys" uscirà nel 1979.

Billy Idol era invece il già affermato leader dei Generation X, punk/rock band fondata nell'autunno 1976, che si fece subito conoscere per le sue esibizioni live in Inghilterra e a Parigi. Nel settembre 1977 uscì il loro primo singolo "Your Generation", e nel marzo 1978 l'album "Generation X".

I semiesordienti Cure, capitanati da un Robert Smith con ancora i capelli corti, ebbero la fortuna di essere scelti per aprire i concerti dei Generation X. I rapporti tra di loro erano un po' freddi, in particolare con il frontman Billy Idol.

I Cure non si lasciarono spaventare dal fatto che l'altra band fosse più famosa, ad esempio quando il tecnico del suono e luci dei Generation X chiese 25 sterline a Smith e soci per utilizzare la strumentazione dell'altro gruppo essi si rifiutarono, portarono in scena i loro mezzi scrausi e si esibirono con quelli. La situazione economica dei Cure all'epoca era tale che dopo ogni concerto andavano dormire sul pavimento dell'appartamento del loro manager (non prima di essersi ubriacati, ovviamente).

Durante una data di questo tour successe che Lol Tolhurst dei Cure si recò nel bagno della struttura ove si esibivano. Aperta la porta si trovò di fronte Billy Idol e una ragazza, che per comodità definiremo semplicemente "impegnati". Tolhurst però aveva un'assoluta necessità di espletare il suo bisogno, e pertanto fece come se gli altri due non esistessero. A dirla tutta anche loro preferirono non interrompersi. A quel punto a Lol scattò l'idea: o in quel momento, o non l'avrebbe mai più potuto fare. Si girò e orinò sulle scarpe dell'ossigenato cantante, immagino ridendo. Non è documentata la reazione immediata di Idol, fatto sta che il giorno seguente i Generation X cambiarono gruppo spalla.
In interviste successive Tolhurst dichiarò che il fattaccio fu un incidente, ma è poco credibile.

Alcuni anni dopo Lol Tolhurst e Billy Idol si incrociarono a New York. In un'intervista il batterista ha ricordato quel breve incontro con le parole: "Mi ha guardato in modo strano mentre cercava di ricordare dove mi avesse già visto. Io non me lo ricordavo per niente!"

04 febbraio 2018

Tomorrow never knows: Lennon, gli acidi, i morti e il profeta

"Tomorrow never knows" è una canzone scritta da John Lennon nel 1966 e inserita nell'album "Revolver" dei Beatles.
Spesso si legge che sia ispirata al "Libro tibetano dei morti" ma non è esatto, o almeno non direttamente. Quella che John voleva scrivere non era una canzone sulle esperienze che (secondo il buddismo tibetano) l'anima cosciente vive tra la morte e la rinascita, bensì sull'LSD. Il testo gli fu infatti ispirato dal volume "The Psychedelic Experience: A Manual Based On The Tibetan Book Of The Dead" di Timothy Leary, "profeta" dell'LSD.
Lennon seguì le istruzioni contenute nel libro, prese l'acido e scrisse "Tomorrow never knows": "Spegni la testa, rilassati e fluttua lungo la corrente. Non è morire, non è morire. Distendi tutti i pensieri, arrenditi al vuoto. È brillare, è brillare."
John e gli altri Beatles in quel periodo facevano uso di LSD, che li aiutava a scrivere i loro testi più fantastici.

Anche il metodo di incisione del brano fu particolare. Lennon voleva che la sua voce sembrasse "come quella del Dalai Lama salmodiante sulla vetta di una lontanissima montagna", e pertanto chiese al produttore George Martin di essere appeso a testa in giù sopra un microfono e fatto roteare mentre cantava. La bizzarra richiesta venne risolta trattando la voce di Lennon con l'ADT e con il Leslie.

Il suono pazzesco di questo pezzo è stato ottenuto con soluzioni "artigianali" quali infilare un maglione di lana nella grancassa di Ringo, l'utilizzo di loops ottenuti unendo ad anello dei pezzi di nastro magnetico inciso con suoni curiosi, l'aprire la canzone con il suono di un tanbur orientale suonato da Harrison, e un assolo di chitarra registrato da McCartney per "Taxman" rallentato, tagliato e fatto scorrere al contrario.

Il titolo nasce da una risposta che Ringo Starr diede durante un'intervista nel 1964, e che piacque moltissimo a John. David Coleman della BBC aveva chiesto al batterista "What can you say?" e questi aveva risposto "Tomorrow never knows". Starr era famoso per queste sue frasi curiose, che Lennon chiamava "Ringoismi" e che spesso fornirono alla band soluzioni inaspettate.

Link all'articolo orginale.

02 febbraio 2018

Verità e misteri sul "Club dei 27"

L'esistenza di un gruppo di artisti che si sospetta siano stati uccisi dalla CIA perché scomodi (o secondo altri: hanno inscenato la propria morte per poi vivere in incognito in un posto appartato), è una leggenda metropolitana che da qualche decennio affascina molte persone. Vediamo come è nata.

Tra il 3 luglio 1969 e il 3 luglio 1971 morirono quattro grandissimi artisti: Brian Jones, Jimi Hendrix, Janis Joplin e Jim Morrison.

Brian Jones, polistrumentista fondatore dei Rolling Stones, era nato a Cheltenham in Inghilerra il 28 febbraio 1942. Ottimo studente nonostante il carattere ribelle, a 18 anni iniziò a suonare nei blues e jazz club della sua città. Nel 1962 a Londra conobbe Mick Jagger e Keith Richards, con i quali fondò i Rolling Stones. Con l'arrivo del successo iniziò ad abusare di alcool e droga, che minarono il suo interesse e la sua capacità di suonare, tanto che nel giugno 1969 fu cacciato dalla band. Il 3 luglio 1969 fu trovato morto sul fondo della sua piscina a Hartfied in Inghilterra. Fu dichiarata morte accidentale, ma vi sono forti sospetti di omicidio.

Jimi Hendrix, il grande chitarrista e cantautore rock/blues, nacque a Seattle (USA) il 27 novembre 1942, ed ebbe le prime esperienze musicali nelle formazioni rhythm & blues della sua città. Nel 1966 fondò "The Jimi Hendrix Experience" con cui incise l'album "Are you Experienced?" e si esibì al Festival di Monterey in California, durante il quale diede fuoco alla sua chitarra. Nel 1967 incisero l'LP "Axis: Bold as Love" e nel 1968 "Electric Ladyland", seguito dallo scioglimento della band. Con la "Gipsy Sun And Rainbows" band Hendrix si esibì al Festival di Woodstock nell'agosto 1969, mentre con la "Band of Gipsys" incise l'album omonimo e partecipò al Winter Festival of Peace di New York nel gennaio 1970. In quella occasione Hendrix si presentò sul palco strafatto di acidi, e interruppe l'esibizione dopo solo due pezzi, mettendosi a litigare con il pubblico. Furono disastrose anche le sue performance al festival dell'isola di Wight del 30 agosto, e quella al Festival di Fehmarn in Germania del 6 settembre 1970. La mattina del 18 settembre fu trovato morto in un appartamento che aveva preso in affitto a Londra, ufficialmente soffocato da un improvviso conato di vomito provocato da un cocktail di alcool e tranquillanti.

Janis Joplin, cantante rock/blues dall'incontenibile carica energetica e sensuale, nata a Port Arthur in Texas il 19 gennaio 1943, si avvicinò alla canzone blues da adolescente. Nel 1965 si unì ai "Big Brother and the Holding Company" con i quali si esibì in concerti e festival, e incise gli album "Big Brother and the Holding Company" (1967) e "Cheap Thrills" (1968). L'anno successivo iniziò la sua carriera solista accompagnata dalla Kozmic Blues Band, con cui pubblicò l'album "I Got Dem Ol' Kozmic Blues Again Mama!" (1969), mentre con i "Full-Tilt Boogie Band" si esibì al Festival di Woodstock. Il 4 ottobre 1970 fu trovata morta in una stanza di un Hotel di Los Angeles, deceduta per overdose di eroina. L'album "Pearl" uscì postumo nel 1971.

Jim Morrison, leader dei Doors, era nato l'8 dicembre 1943 a Melbourne (USA). Giovane ribelle che stupiva i suoi insegnanti con le sue conoscenze letterarie, nel 1964 conobbe Ray Manzarek con il quale fondò i Doors. Dopo un primo periodo passato suonando nei locali, nel 1967 pubblicarono l'album "The Doors" che riscosse un notevole successo. I successivi concerti della band vennero segnati dal comportamento fuori dagli schemi di Morrison, e spesso furono interrotti o causarono risse e scontri con la polizia, che portarono al suo arresto. Nell'ottobre 1967 uscì l'album "Strange Days" e nel luglio 1968 "Waiting for the Sun". Anche i concerti del 1969/70 seguirono lo stesso schema; inoltre in quel periodo uscirono gli album "The soft Parade" e "Morrison Hotel", e il 28 agosto 1970 i Doors si esibirono al festival dell'isola di Wight. Il 3 luglio 1971 Jim Morrison venne trovato morto nella vasca da bagno della casa di Parigi in cui abitava da 4 mesi con la sua ragazza Pamela Courson. Il referto ufficiale parla di arresto cardiaco, ma la versione più diffusa lo dichiara deceduto presso il night club "Rock 'n' Roll Circus" a seguito di overdose di eroina.

I complottisti che non credono nelle coincidenze esistevano già allora, pertanto il fatto che le citate star avessero tutte 27 anni, e che avessero la lettera "J" nel nome furono visti come inequivocabili segni di una macchinazione. Tale teoria venne chiamata "J27" (o "Club dei 27") e tenne banco per molto tempo.
Nel 1994, per rinvigorire la tesi, venne aggiunto anche il nome di Kurt Cobain, morto suicida a 27 anni; ovviamente lui non aveva la "J" nel nome, pertanto la teoria fu rinominata solo "Club dei 27". Nel 2011 vi è stata "introdotta" anche Amy Winehouse.
Altri artisti che detengono la tessera di questo esclusivo club sono Alan Wilson dei Canned Heat, Ron "Pigpen" McKernan dei Greateful Dead, Dave Alexander degli Stooges, Gary Thain degli Uriah Heep, Jacob "Killer" Miller degli Inner Circle, Pete de Freitas degli Echo & the Bunnymen e Kristen Pfaff delle Hole.
Si tratta ovviamente solo di una leggenda metropolitana, buona per sognare un posto sulla Terra in cui le nostre star preferite siano ancora tutte vive e in forma. E magari, ogni tanto, eseguano un pezzo assieme.

06 gennaio 2018

I Beatles, creatori e nemesi dei generi e delle etichette

Blues, rock, beat, pop, hard rock, psichedelia, pop art e beat generation si incrociano e si fondono durante i sette intensi anni di vita dei Beatles. Vediamo di scoprire come.

Negli anni '50 la programmazione delle radio era caratterizzata da garbati brani melodici, genere preferito dagli adulti. I ragazzini di quel decennio, compresi i nostri quattro protagonisti, ascoltavano invece il blues e l'R&B; i loro idoli erano Chuck Berry e Little Richard. Erano i brani di questi artisti che i futuri Beatles suonavano per gli amici e nelle loro prime formazioni. Inevitabile quindi che quando John e Paul iniziarono a scrivere pezzi loro, questi avessero forti radici blues, mentre altri erano decisamente più rock (si sa che anche Buddy Holly e Elvis Presley fossero dei loro miti), e il blues è rintracciabile negli album dei Fab Four fino al termine della loro carriera.

Il blues e il rock fornirono la base, ma all'inizio il produttore George Martin premeva affinché i Beatles suonassero anche pezzi romantici e cover, come si usava all'epoca. Da questa miscela musicale, e da una voglia di sperimentare che li accompagnerà fino alla fine, nascerà il loro personalissimo e inconfondibile sound, che si inserirà nella corrente da cui prendono il nome: il beat.

E il pop? Si potrebbe dire che il pop moderno nacque con i Beatles, e in un certo senso la loro multiforme produzione può rientrare tutta sotto il nome di popular music. Da un altro punto di vista il pop come lo conosciamo oggi identifica la musica successiva alla band, mentre loro sono un unicum difficilmente classificabile sotto un solo nome. Troppe etichette è uguale a nessuna etichetta. Cosa voglio dire con questo? Semplice, che il loro bisogno di sperimentare in continuazione li portò a superare il concetto stesso di genere musicale, e senza direttamente volerlo ad inventare nuovi generi. È riconosciuto come dalla McCartneyana "Helter Skelter" sia nato l'hard rock, e dagli ultimi pezzi di Harrison con la band ("Here comes the sun", "Something" e altre) e dalla reciproca influenza tra George ed Eric Clapton sia nato il pop anni '70. Per non parlare di "Tomorrow never knows" (scritta da Lennon), primo esempio di musica psichedelica, e di "Revolution #9" (sempre di John) dalla quale nacque un nuovo modo di fare musica, attraverso nastri e campionamenti invece che con gli strumenti musicali. E infine, forzando un po' la mano, non vi sembra che l'approccio vocale di Lennon in alcune canzoni (ad esempio "Come together"), più parlato che cantato, anticipi il rap?

Finora abbiamo parlato delle canzoni dei Beatles, ma loro come persone? In che genere rientravano? Sicuramente e decisamente pop per il loro stare al centro della scena, adorati dalla folla, e per il loro inventare continuamente nuovi modi per rimanervi e farsi notare. Per non parlare dell'allegria delle loro canzoni, dei colori nei video o del loro abbigliamento, chiaramente pop.

E la beat generation? Che cosa c'entra con tutto ciò? Poco, a parte l'assonanza tra i nomi. Certamente i Beatles insegnarono ai giovani di tutto il mondo che questi avevano il potere di cambiare le cose, e che il mondo era nelle loro mani e non in quelle dei loro genitori, idee alla base del movimento dei figli dei fiori. Ma questi ragazzi americani ascoltavano Jimi Hendrix, Janis Joplin e i Creedence Clearwater Revival, e non i quattro di Liverpool. Possiamo concludere dicendo che i Beatles non salirono sul palco di Woodstock, né fisicamente, né metaforicamente.

04 gennaio 2018

Il tragicomico aneddoto su Al Stewart

Al Stewart è un cantautore scozzese che si è fatto conoscere negli anni '70 grazie al singolo "Year of the cat" e ad un curioso aneddoto sulla sua carriera. Vediamolo assieme!

Siamo nel 1976 in Gran Bretagna. Il cantautore folk di nicchia Al Stewart compone i brani per un album virato verso il pop e li presenta al produttore Alan Parsons. Questi ne è entusiasta, in particolare del brano "Year of the Cat" e decide di pubblicarlo come singolo. La canzone si rivela un successo, pertanto Parsons fa uscire anche l'LP omonimo. Anche l'album è un successo di pubblico e critica (diventa disco di platino negli USA e oro in UK), in particolare per il già citato brano che dà il titolo al 33 giri, e che da solo ne vale l'acquisto (ma anche le altre canzoni sono belle).
La canzone "Year of the Cat" è scritta principalmente in Mi minore / Sol maggiore, con l'assolo di chitarra elettrica nel bridge in Re maggiore, ed è nota per la sua lunga sezione strumentale che comprende assoli di violoncello, violino, pianoforte, chitarra acustica, chitarra elettrica distorta, sintetizzatore e sassofono. Il protagonista del testo è un turista in visita ad un mercato esotico, il quale viene avvicinato da una donna affascinante che lo invita a seguirlo a casa sua per un'avventura romantica. Quando al mattino dopo l'uomo si risveglia al suo fianco, si accorge che il suo pullman turistico è partito senza di lui, e decide di rimanere con la ragazza.

Visti i buoni risultati, Al si mette al lavoro per realizzare un nuovo disco. Bissare un successo non è facile, pertanto il cantautore si mette a studiare; non musica, come potreste immaginare, bensì storia. Il risultato dei suoi studi sono otto canzoni, tutte dedicate ad un evento o ad un personaggio storico, scritte per formare un album dal titolo "Time Passages". Quando Al Stewart le presenta ad Alan Parsons, questi è meno entusiasta della precedente volta, e gli chiede di realizzare un ulteriore brano da cui si possa ricavare un singolo pop che faccia da traino al 33 giri, e di cui porti anche il titolo. Il cantautore accetta di malavoglia, e scrive il pezzo più pop che gli riesca; lo canta, lo suona e poi lascia che la post produzione in studio faccia il resto. Il produttore aveva visto giusto: il singolo e l'album usciti nel 1978 sono un successo (disco di platino negli USA e argento in UK).
Qualche tempo dopo, Al Stewart si trova in un grande albergo. Sta aspettando un ascensore; quando questo arriva, lui vi entra. Nella cabina c'è già una ragazza, e gli altoparlanti diffondono una musichetta. Per fare il brillante, Al le dice "Senti che schifo di musica in questo ascensore". Appena finita la frase, lui sente la sua voce che inizia a cantare: era "Time Passages" e non l'aveva riconosciuta. Imbarazzo totale.
(Alcune versioni della vicenda riportano che lui fosse da solo in ascensore, e che abbia solo pensato quella frase, ma il risultato non cambia.)

Dopo questa bizzarra vicenda Al Stewart ha continuato a fare musica (il suo ultimo album è uscito nel 2008), ma senza ripetere l'incredibile successo del biennio 1976/78.


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01 gennaio 2018

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Ringrazio i lettori per l'interesse che dimostrate verso i miei articoli!


29 ottobre 2017

La più scandalosa dichiarazione dei Beatles

La più famosa dichiarazione di John Lennon fu quella che creò maggiori polemiche attorno ai Beatles.

Nel 1966 il "beatle ribelle" all'interno di un'intervista al quotidiano londinese "Evening Standard" (pubblicato il 4 marzo '66) disse che i giovani conoscevano meglio i Beatles della figura di Gesù. Inserita nell'originario contesto, la frase passò inosservata. Fu quando alcuni mesi dopo la stessa intervista venne riportata pari pari dalla rivista statunitense per teenager "Datebook" (agosto 1966), che mise addirittura le parole di Lennon in copertina, che scoppiò lo scandalo.

Negli Stati Uniti si levarono cori di protesta, che arrivarono al rogo dei dischi dei Beatles. I quattro ragazzi furono oggetto di minacce, specialmente John, che in conferenza stampa dovette chiedere scusa per quelle parole. Nonostante questo il seguente tour negli USA si svolse in un clima molto teso: si temevano attentati nei confronti di Lennon.

Durante un concerto a Memphis si sentì un'esplosione: probabilmente fu un petardo, ma McCartney, Harrison e Starr si voltarono verso John per vedere se fosse stato vittima di un attentato; anche lui guardò gli altri e capì cosa avessero pensato tutti. In queste condizioni non si poteva più proseguire con i live, e quindi i ragazzi decisero di non fare più spettacoli. Considerando quello che succederà a Lennon nel 1980 e a Harrison nel 1999 (venne accoltellato da uno squilibrato), la loro decisione fu probabilmente la cosa più saggia da fare. I Beatles infransero la promessa di non esibirsi più dal vivo solo una volta, nel 1969, per il cosiddetto "Rooftop Concert", ma senza pubblico e in una situazione protetta.

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22 ottobre 2017

Frank - Anche le facce normali sono strane

Una band strampalata e il suo ancora più strano leader sono i protagonisti di "Frank", film del 2014 firmato dal regista irlandese Lenny Abrahamson.

La trama: Jon (Domhnall Gleeson) è un nerd introverso, amante della musica e dei social network, che un giorno assiste per caso al tentativo di suicidio del tastierista della band Soronprfbs. Jon si propone come suo sostituto, e da lì a poco si ritrova su di un palco senza conoscere né i componenti del gruppo, né il loro repertorio. Si tratta di una band di rock sperimentale, che propone musica dissonante e largamente improvvisata. La cosa che più colpisce il ragazzo è però il leader del gruppo, Frank (Michael Fassbender), che nasconde il volto sotto ad un testone di cartapesta. Qualche giorno dopo Jon viene ricontattato dalla band, e sale sul loro furgone che si dirige verso l'Irlanda. Quando egli capisce che non si tratta di un concerto, ma di passare dei mesi in una baita in mezzo alla foresta ad incidere un album, è troppo tardi per tornare indietro.

ATTENZIONE: da qui in avanti inizia lo SPOILER.
L'approccio della band alla creazione dell'album è decisamente alternativo: seguono mesi di sperimentazione sui suoni, strumentali e naturali, e di "terapia di gruppo" a base di esercizi fisici e di interazione tra i musicisti. Jon ha modo di conoscere meglio i membri della formazione: il simpatico e un po' pazzo manager Don, la cattivissima suonatrice di theremin Clara (Maggie Gyllenhaal), il chitarrista Baraque che parla solo in francese e la silenziosa batterista Nana. Jon ha modo di fare amicizia anche con il cantante Frank, e di conoscere la sua genialità: è lui che spinge i componenti del gruppo fino all'estremo per catturare il suono perfetto e lo stato d'animo necessario per il suo progetto.
Una sera Don dice a Jon che prima o poi anche lui sarà tentato dal voler essere come Frank, ma che questo è impossibile. Effettivamente Jon vorrebbe avere più voce in capitolo nella band, in particolare per quanto riguarda l'aspetto creativo, e non essere un mero esecutore. Il ragazzo pensa che se Frank è diventato così geniale a causa di un'infanzia difficile, forse quei mesi di training potranno produrre lo stesso effetto su di lui. Purtroppo pochi giorni dopo Don viene trovato impiccato ad un albero, con in testa una maschera di Frank.

Dopo quasi un anno di ritiro, l'album viene registrato. In questi mesi Jon è molto cambiato; anche gli altri componenti della formazione si dimostrano influenzati dal membro più giovane e "social". Quando questi rivela che ha pubblicato su Youtube i video delle loro sessions, ha costantemente twittato gli aggiornamenti, e che tramite social è arrivato a loro l'invito a partecipare ad un importante concerto negli Stati Uniti, il gruppo gli si rivolta contro. Sono sempre stati una band di nicchia, che suona musica incomprensibile in locali semivuoti; l'idea del grande concerto è lontana dalla loro filosofia. Frank invece sposa la causa del ragazzo, e la band lo segue. Purtroppo durante una serata di presentazione del concerto il cantante ha un attacco di panico; gli altri riescono a calmarlo e decidono che la band se ne deve andare da lì. Jon convince Frank a rimanere con la promessa della popolarità, ma la sera successiva quando si presentano solo loro due sul palco il cantante ha una nuova crisi che pone fine all'esibizione. In seguito ad un litigio con il ragazzo, Frank fugge, viene investito da un'auto e perde la maschera; anche Jon viene investito e ricoverato presso un ospedale. Una volta dimesso, il tastierista trova gli altri membri della band che si esibiscono in un locale, ma non sanno dove sia il cantante. Tramite il suggerimento di un suo follower, Jon viene a sapere che Frank è tornato nella casa dei suoi genitori.

In Italia è poco noto, ma il film è ispirato a tre musicisti realmente esistiti: Chris Sievey, Daniel Johnston e Captain Beefheart.
Chris Sievey è stato un cantante inglese che ha a lungo seguito invano la fama, finché non ha avuto l'idea di esibirsi con una grande testa di cartapesta indosso, e da lì la sua carriera è decollata. Le vendite dei suoi dischi sono andate discretamente bene, ed è stato invitato a condurre alcune trasmissioni televisive.
Daniel Johnston è un artista, cantautore e musicista americano di discreto successo, nonostante soffra di schizofrenia.
Il più famoso dei tre è Captain Beefheart, cantautore, musicista e pittore, leader della band di rock sperimentale "The Magic Band". Era famoso anche perché "maltrattava" il proprio gruppo, e tra i suoi metodi vi era quello di far vivere i musicisti in un'unica stanza per mesi per incidere un album. A volte il batterista si esibiva con un paio di mutande in testa. I loro lavori sono stati osannati dai critici e inseriti tra i dischi più influenti della musica rock. Nonostante questo, le loro vendite rasentavano lo zero. L'album più famoso di Captain Beefhart and the Magic Band è "Trout Mask Replica" del 1969.

La colonna sonora è ovviamente molto interessante e costituita dai brani dei Soronprfbs (composti da Stephen Rennicks), curiose tracce di rock sperimentale, e da musiche create per il film. Il brano "I love you all" ha vinto il premio come miglior canzone al Las Vegas Film Critics Society Awards nel 2014.

Le canzoni più notevoli sono quelle attribuite a Frank e ai Soronprfbs, ovvero:
- Ginger Crouton (la prima suonata dalla band nel locale)
- Creaky Door (realizzata campionando il cigolio della porta)
- Tuft (la canzone sul filo del tappeto)
- Secure The Galactic Perimeter (incisa durante la sessione per l'album)
- Broken (incisa durante la sessione per l'album)
- Frank's Most Likeable Song... Ever (la canzone più commerciale di Frank)
- Lighthouse Keeper (suonata dalla band nel locale senza Frank)
- I Love You All (che segna il ritorno di Frank nel gruppo)

Consiglio a tutti sia la visione del film sia l'ascolto della colonna sonora.

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15 ottobre 2017

"Lucy in the sky with diamonds": misteri e verità

Sono state scritte molte teorie sul testo di "Lucy in the sky with diamonds" dei Beatles e sul suo titolo, ma corrispondono tutte a verità? Vediamo come è nato il pezzo.

Nel febbraio 1967 John Lennon viveva con la moglie Cynthia e il figlio Julian di tre anni. Un giorno il bambino portò a casa dall'asilo un disegno fatto da lui, che mostrava la sua amichetta Lucy che volava nel cielo (vedi foto). Quando John gli chiese cosa rappresentasse il disegno, Julian rispose "That’s Lucy in the sky with diamonds", e l'uomo pensò che fosse il titolo perfetto per una canzone. Alla scena assistettero Cynthia, Ringo Starr e l'amico Pete Shotton. Nel pomeriggio arrivò anche Paul McCartney, e John gli mostrò il disegno di Julian e raccontò del suo fantastico titolo. La stessa Lucy O'Donnell in un'intervista qualche anno dopo affermò di ricordarsi di quel disegno che Julian le aveva mostrato prima di portarlo a casa. Abbiamo quindi sette persone che confermano l'origine del titolo della canzone; ogni altra versione è solo un'illazione.

Il testo della canzone è costituito da immagini infantili, sognanti e magiche, come "cieli di marmellata", "taxi fatti di giornali" e "torte di marshmellow", in parte ispirate a John Lennon dai racconti di Lewis Carroll.

Purtroppo Lucy O'Donnell morì prematuramente nel 2009; in sua memoria Julian Lennon scrisse la canzone "Lucy".

Nel 1974 durante una campagna di scavi archeologici nella località di Hadar, in Etiopia, vennero rinvenuti i resti di un Australopithecus afarensis di sesso femminile. I paleoantropologi la chiamarono "Lucy" in quanto la canzone dei Beatles era tra le più ascoltate al campo. A oggi è ancora lo scheletro più completo di un antenato umano antico di oltre tre milioni di anni.


Link all'articolo originale.

07 ottobre 2017

Depeche Mode a Milano: la recensione

La seconda data italiana del "Global spirit tour", quella del 27 giugno 2017 a Milano, ha visto la band di Dave Gahan in stato di grazia mandare in visibilio i 55 mila fans assiepati nello stadio Meazza (San Siro).
I Depeche Mode hanno infatti ripreso in mano i loro successi ottenendone delle versioni più potenti, con una migliore resa live, merito anche degli arrangiamenti in chiave più rock.
Il concerto si è aperto con due brani dal nuovo album "Spirit" - "Going Backwards" e "So Much Love" - per poi passare al primo classico "Barrel of a gun". Da lì in avanti i Depeche hanno proseguito tenendo alta la qualità, alternando brani più e meno recenti. Il pubblico si è scaldato definitivamente a metà serata con "Everything Counts", il brano più vecchio in scaletta (1983!), e da quel momento non si è più fermato.

Protagonista indiscusso della serata è stato Dave Gahan: la sua voce non è più quella dei tempi d'oro, ma sapendo cosa ha passato nel suo periodo più buio, offre ancora ai fans un'ottima performance. Prestazione vocale ma non solo: lo spettacolo appare costruito attorno a lui. Luci, telecamere, filmati, passerella tra il pubblico: tutto pare osannarlo, e lui non è certo uno che rifiuti il centro della scena. Il frontman, istrionico, ammaestra il pubblico con sicurezza indiscussa, e sotto la sua direzione il movimento delle braccia dei fans trasforma lo stadio in un campo di grano spazzato dal vento.
Anche Martin L. Gore fa la sua parte: "A question of lust", "Home" e "Somebody", da lui cantate con una voce perfetta, ribadiscono (se ce ne fosse bisogno) che il genio musicale dietro alla band è lui.

Non è solo un concerto: è un evento. I fans sono lì non solo per sentire le canzoni, ma soprattutto per poter dire al mondo "Io c'ero". Il pubblico vorrebbe prolungare il momento di estasi, e lo fa allungando la durata dei pezzi continuando a cantarne i cori anche oltre la loro fine. Dave Gahan accetta, apprezza e dirige il coro finché non ne decreta la fine con uno "One more!" Spettacolare la prestazione del pubblico sul finale di "Everything counts", degna di quella immortalata nell'album live 101. Il pubblico prolunga la voce anche su "Home" cantata da Martin L. Gore. Dave Gahan ritorna in scena, ascolta il coro e spinge il pubblico a continuare il tributo all'amico.

Da segnalare anche in questa data il tributo che i Depeche Mode dedicano all'interno dei loro concerti a David Bowie. La band ha suonato una versione più minimale di "Heroes" avendo come sfondo un'enorme bandiera nera sul maxischermo. "Heroes" è una canzone che per Dave Gahan significa molto, fu infatti mentre la cantava molti anni fa in un locale londinese che fu notato dagli altri e preso nella band. Tributato un omaggio anche ai Beatles con "Revolution" diffusa immediatamente prima del concerto.

Alla fine dell'esibizione i membri della band e i turnisti si sono abbracciati sorridendo felici come se fosse stato il loro primo concerto.

Se anche voi volete un giorno poter dire "Io c'ero", sappiate che i Depeche Mode torneranno in Italia a fine anno.


LA SCALETTA COMPLETA (Milano, 27/06/2017):
"Going Backwards"
"So Much Love"
"Barrel of a gun"
"A pain that i'm used to
(versione Jacques D'Cont remix)"
"Corrupt"
"In your room"
"World in my eyes"
"Cover me"
"A question of lust"
"Home"
"Poison heart"
"Where's the revolution?"
"Wrong"
"Everything counts"
"Stripped"
"Enjoy the silence"
"Never let me down again"


BIS:
"Somebody"
"Walking in my shoes"
"Heroes"
(David Bowie cover)
"I feel you"
"Personal Jesus"